LA BICICLETTA (poesia di Roberto Pacifico)

LA BICICLETTA

 

Gli altri non si davano pace

Perché da piccolo non ero molto vivace

Mi piaceva tanto passeggiare

Alle volte piano alle volte in fretta

Un giorno mi fermai a guardare

Una bella vetrina e vidi una bicicletta

Dopo un po’ di instabilità

E qualche leggera caduta

Ho cominciato a pedalare

Mentre qualcuno mi stava a guardare

Adesso la uso con costanza

Per la corta e media distanza

Se la tieni bella curata

Puoi andare per commissioni

Negli uffici o anche solamente

A fare una bella e sana passeggiata

Adesso la uso tutto l’anno

Ma quale migliore occasione

Che usarla soprattutto nella bella stagione

Tutto quello che riguarda la salute

Sarete d’accordo non si discute

L’aria il sole la gente il movimento

Fanno bene in ogni momento

Mi hanno chiamato al telefono

OGGI FESTA

Devo andare via ma resti tra noi

Buona Domenica

E buona festa a tutti voi

 

 

Roberto Pacifico

 

volontario di MenteInPace

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Commenti: 3
  • #1

    Susanna Brunelli (venerdì, 16 luglio 2021 10:13)

    Che bella ! Sono d'accordo , salire sulla bici dà un senso di libertà e di piacevole movimento , Grazie Roberto!

  • #2

    Susanna Brunelli (venerdì, 16 luglio 2021 10:14)

    Che bella ! Sono d'accordo , salire sulla bici dà un senso di libertà e di piacevole movimento , Grazie Roberto!

  • #3

    Beatrice (domenica, 18 luglio 2021 10:28)

    Bravissimo Robi, condivido appieno !!!
    Anche a me la bicicletta piace molto, perché mi dà un senso di libertà e di autonomia; e poi è ecologica, economica, silenziosa, un'amica preziosa sempre disponibile a farti compagnia...
    Grazie per aver tradotto in poesia quelli che sono gli stessi pensieri miei sulla bicicletta!

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 Silvia Ziche

La gabbia

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Una storia personale e universale che unisce dramma e commedia, con una profonda e toccante analisi delle relazioni fra madre e figlia.

A soffrire si impara, e l'infelicità è un'arte che si apprende fin da piccole, grazie all'insegnamento di chi ci ha precedute. Antenate, nonne, zie, prozie si snodano in una processione che arriva da lontano, ognuna con il proprio fardello, fino a chi ci è più vicino: la madre. Una madre svalutante e glaciale nel caso di Serena, protagonista di questa storia. Costretta ad allontanarsene nel tentativo di salvarsi, Serena interrompe i rapporti con lei, recidendo i legami con il passato, gli amici, il paese dell'infanzia pieno di ricordi. Fino a quando la madre terribile muore, e la figlia dopo una lunga assenza ritorna. Per ingaggiare un dialogo interiore con il fantasma della figura più importante della sua vita e scoprirne infine un lato insospettabile. Senza perdere la comicità e l'acume tipici del suo raccontare, Silvia Ziche si misura con il suo primo libro non umoristico, condividendo una storia privata eppure capace di parlare a quella parte indifesa, nascosta in molti di noi, a cui è mancata una carezza. Un viaggio coraggioso alle radici di un'assenza, nel cuore di una domanda che brucia: perché, proprio negli affetti più cari, siamo capaci di dare il peggio di noi.

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