IL REPARTO PSICHIATRICO NON È UN DEPOSITO - IL VENTALOGO DI SUSANNA N.7

IL REPARTO NON E’ UN DEPOSITO

 

Qualora ci dovesse essere la necessità di un ricovero, la cosa andrebbe valutata come decisione ultima, in quanto di per sé traumatico almeno per la maggior parte, anche se può accadere paradossalmente che diventi un rifugio per alcuni e si crei assuefazione al reparto, cosa che non dovrebbe mai accadere, un luogo che non ha niente di rassicurante se non il fatto che si è lontano da qualsiasi responsabilità.

 

Nel reparto di psichiatria accade quello che in altri reparti ospedalieri sarebbe impensabile, non accettato, subito segnalato, mentre qui  tutto è lecito e tollerato; fumare, urlare, litigare, lanciare cose dalle fessure delle  finestre, sporcare, rubare, appropriarsi del letto degli altri o di oggetti in vista sui comodini…, trovarsi un uomo “strafatto“ nel bagno delle donne con il piscio fuori dal water e la carta igienica srotolata sul pavimento, vedere legato al letto, sedato e con il pannolone un giovane arrivato il giorno prima super palestrato e “bello carico”, contenuto fisicamente, chimicamente e fisiologicamente.

 

Ammesso anche contenere e imbottire di psicofarmaci qualora ci si rifiutasse, perché il parere di chi è coinvolto personalmente in questa faccenda vale zero.

 

L’età dei ricoverati è varia, non importa se sei maschio o femmina, se al di fuori di lì eri una persona con degli  interessi e un lavoro ben retribuito o un disoccupato, un laureato , un operaio, una casalinga, sposato o single, con talenti da esprimere o  una persona che ritorna e poi ritorna e poi ritorna …si , tutti sullo stesso piano, tutte anime in pena nel girone dell’inferno, avanti e indietro per il corridoio, luci artificiali, continue richieste di sigarette o caffè, spesso anche della camomilla o gocce tranquillanti, chiamato “TRANQUIRIT“, che va per la maggiore per ogni evenienza, oppure il famoso “PULSENNID”, si perchè tutti sono stitici, chissà perchè.

Si da molta poca importanza all’ intestino chiamato il nostro secondo cervello, ma questa è un’altra storia.

 

La caposala ha tutto sotto controllo, quando c’è, ci tiene a dire che il reparto non è un albergo 4 stelle, mica possiamo pretendere che il box doccia deve essere riparato, o che si possano  mangiare cibi che facilitano il transito intestinale, trovare dei giochi per far passare il tempo che aiutano a socializzare per chi avesse il desiderio di farlo, un mazzo di carte spaiato è sufficiente per farsi una partita a scala quaranta e quattro pennarelli  sfigati per scrivere sulla lavagna o disegnare qualcosa che se osservato bene potrebbe aiutare a capire i sentimenti di chiu sa i simboli per comunicare il proprio stato emozionale.

 

Tutti imbambolati davanti alla TV, l’unico mezzo che ricorda il mondo esterno, il telecomando è il totem in mano all’infermiere, il rumore del carrello che distribuisce la terapia con i bicchierini di plastica personalizzati a  colazione,  pranzo e cena  per  scandire i tre tempi in cui c’è il momento della condivisione,  chi invece è nella fase contenzione viene imboccato come Alex del film l’Arancia meccanica, poi piano piano  dopo qualche giorno  esce dalla stanza aiutato dagli infermieri per raggiungere come un’ automa  il bagno con il pannolone a penzoloni e farsi finalmente  la doccia.

La dignità passa sotto la soglia dell’accettazione.

Non c’è armonia in reparto, l’unica intimità è ficcarsi sotto le lenzuola e fingersi moribondi, può nascere una certa solidarietà tra i pazienti, però una volta dimessi e etichettati, almeno nella mia città non si può entrare in reparto per far visita a  una persona ricoverata, tassativo senza guardare in faccia la persona che vorrebbe entrare, capirne le intenzioni e valutare se la cosa potrebbe risultare positiva o meno, perché tu sei stato ricoverato li !

 

Già da qui capisco che fare l’utente esperto la vedo abbastanza lontana come possibilità , anche se non impossibile.

 

Tutto mi riporta al film di Alberto Sordi, il dott. Tersilli , della clinica Villa Celeste del 1969, non c’è film più realistico, attualissimo più che mai, che ricorda l’azienda ospedaliera .

 

Il reparto dovrebbe essere un luogo dove ci si sente accolti e rassicurati, ma niente che mi ricorda questa possibilità.

 

Per l’opposto a tanta libertà di esprimere il peggio, si percepiscono limitazioni alla propria libertà personale, privazioni di oggetti personali e orari per l’uso del telefonino.

 

La memoria non si scorda, certe immagini rimangono impresse come flash abbaglianti, conclusione … questo non è un posto sicuro !!!

 

Susanna Brunelli

 

Verona

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