DAL DISTURBO BIPOLARE A UNA VITA CON DIGNITÀ

Una storia vera che dà speranza

a chi soffre di un disturbo psichico

 

di PAOLO MICHELETTO

(articolo apparso su L’Adige, quotidiano di Trento, il 2 dicembre 2022 a pag.8)

 

 

Disturbo bipolare. Chi, io? Sì, tu. Succede, anche se sei nel pieno dei tuoi successi professionali.

Anche se hai grandi responsabilità. E quando succede, passi da un consiglio di amministrazione in cui gestisci milioni di euro alla solitudine più totale.

Fai pensieri strani. Rifletti sulla vita.

Ti ritrovi solo. Senza lavoro. Senza soldi. Hai buttato via tutto, o quasi. Ma l’hai fatto perché eri malato. Perché eri entrato in una fase maniacale: «Ero diventato giustizialista. Non sopportavo più i compromessi. Ero aggressivo.

Dormivo due ore di notte». Il racconto è di Andrea Puecher.

 

Oggi ha 64 anni e dice: «Vivo dignitosamente». In verità ha una bella vita, con tanti interessi, ma il suo passato gli consiglia di tenere i piedi per terra.

Andrea Puecher ha davvero vissuto due vite. Nella prima è stato diverse cose: laureato in Giurisprudenza a Bologna; dirigente e consulente aziendale; un’esperienza importante nel gruppo Iri, allora guidato da Romano Prodi; nove anni nel consiglio di amministrazione dell’Autobrennero, con Willeit, Grisenti e Duiella presidenti («In quegli anni abbiamo introdotto il divieto di sorpasso dei camion. Fu una rivoluzione»); nel consiglio di amministrazione di Interporto.

E poi quella passione per la politica. Prima con Rinnovamento Italiano: l’ex premier Lamberto Dini arrivò a Trento per benedire la sua ascesa alla segreteria regionale. Poi le Genziane, il movimento con il quale l’ex assessore Dario Pallaoro si staccò dal Patt per aiutare Lorenzo Dellai nel suo primo mandato da presidente della Provincia. E quindi un ruolo attivo nel Patt, nel quale diventa vicesegretario di Ugo Rossi dopo aver favorito la riunificazione autonomista.

Siamo nel 2011. Lo stesso Puecher ricostruisce i fatti. «Dormo due ore di notte, ma non mi sento stanco. Lavoro dodici ore al giorno, ma non ho mai voglia di andare a casa. Il riposo sembra tempo perso. Sento arrivare un malessere. Più forte, fino ad esplodere. Mi crolla il mondo addosso. Lascio i consigli di amministrazione. Non sopporto più i compromessi, divento aggressivo con le persone. E mi ritrovo per strada, senza lavoro».

«Anche quando ho bruciato tutto non riconosco di essere malato. No so di esserlo. Del resto, è vero che provo un certo malessere, ma mi sento pieno di energia. Però inizio ad avere disturbi fisici. Vengo ricoverato in ospedale per degli esami ma non mi fermo mai: mi porto una lampada da minatore e continuo a leggere libri sul tetto dell’ospedale. Un medico delle Camilliane mi dice: forse hai un problema diverso da quelli che abbiamo ipotizzato finora. Si parla di un problema psichiatrico. Per la prima volta si affaccia questa ipotesi».

«Io reagisco come fanno tutti. Dico: figurati se mi faccio curare come fossi un matto. Lo stesso medico mi propone: se vuoi, fisso un appuntamento con uno psichiatra molto bravo. Io accetto. Incontro il dottor Ermanno Arrighini, che dopo alcune sedute emette la sua diagnosi: disturbo bipolare. Sono disoccupato, soffro di shopping compulsivo, le finanze iniziano a scarseggiare. Mi rivolgo al Centro di salute mentale. Alterno momenti di disturbo ad altri più “normali”. Ma entro in una fase di depressione importante. Abbiamo difficoltà a trattare la mia patologia e a trovare la molecola giusta. Conosco persone che poi scelgono di farla finita. E io? Rifletto sul senso della vita ma i miei pensieri non si traducono mai nella volontà del suicidio. Nonostante tutto, dentro di me sento una fiammella che tiene aperta la speranza. I farmaci aiutano, ma ci vuole almeno un mese per capire se funziona, e può capitare che dopo due mesi devi ripartire da zero. Dopo un anno troviamo la molecola giusta e va meglio».

«Arriva la guarigione clinica. Vengono meno i sintomi della malattia. Ma ti assale un senso di vuoto. A quel punto inizia il mio percorso individuale di recovery, che ti deve portare alla guarigione sociale, per poter “stare” nella vita ordinaria con dignità. Hai paura, perché il mondo che devi affrontare ti ha già buttato fuori una volta. La psichiatria di comunità del Centro di salute mentale di Trento mi dà un grande aiuto. Mi chiedo se sarò in grado di fare quello che facevo in passato, sempre se ne avrò occasione, se qualcuno mi darà quell’occasione».

«A quel punto, mentre cerco un nuovo “posto” nella vita, il dottor Renzo De Stefani fa qualcosa per me e per gli altri. Mi chiede se posso dare consulenza gratuita agli utenti del Centro di salute mentale: per molti di loro gran parte dei problemi che si presentano appare enorme. In dieci anni ho avuto tante gratificazioni, e ho pure recuperato sul fronte delle conoscenze giuridiche: ho fatto un bel ripasso».

«Ora sono il vicepresidente del “Cerchio Fareassieme onlus”, l’associazione che eroga servizi socio-sanitari per persone con problemi di salute mentale. Abbiamo trenta dipendenti e gestiamo 1,2 milioni di euro. Sono il primo utente ad essere entrato nel cda. L’idea che io faccia un lavoro “normale” destabilizza qualcuno. Faccio incontri di formazione sul piano nazionale, quale presidente delle “Parole ritrovate trentine Aps” ad operatori ed utenti dei vari centri di salute mentale. Ci chiamano in diverse parti d’Italia e alla fine mi chiedono: sei uno psichiatra? Io replico: no, sono il matto».

«Al Centro funziona bene il modello degli Esp, gli Esperti nel supporto tra pari. Naturalmente il sapere scientifico degli operatori è fondamentale, ma l’esperienza diretta è unica e irripetibile. Assieme a Paolo Giovanazzi abbiamo scritto un libro che abbiamo chiamato “Psichiatria da protagonisti”, che è una mia frase da utente del Centro di salute mentale. Ora faccio formazione anche agli operatori: quando fanno la diagnosi “inquadrano” un utente, lo sostituiscono con la malattia. Invece devono chiedere: cosa ti è successo?

Siamo come una margherita: è vero che un petalo riguarda i problemi mentali, ma non “siamo” solo quello.

Il gioco di squadra è fondamentale. Al nostro centro c’era una ragazza che voleva tornare ad andare in bici, che però si era rotta: un volontario ha aggiustato la bicicletta, un altro si è offerto di andare con lei, la psichiatra le ha regalato la mappa delle piste ciclabili a Trento. Il rapporto tra pari è gratificante: aiuti gli altri e aiuti te stesso».

«Come sto adesso? Sono guarito? No, non penso tutti i giorni a quello che mi è capitato. Ricordate: esiste una guarigione clinica e una guarigione sociale. Ho attraversato le fasi necessarie: la consapevolezza, l’accettazione, la conoscenza. Non ho mai avuto un’altra crisi in questi undici anni e mi aiuta uno stabilizzatore dell’umore. Non vivo nel terrore di un’altra crisi, ma se dovesse accadere di nuovo saprei come affrontarla. E so di vivere in un ambiente pronto ad aiutarmi: nella mia vita precedente non era così. Se mi manca la vita di una volta? No, ora il contesto che mi circonda è molto più umano, una volta era competitivo. Non so se c’è qualcuno, tra le persone che frequentavo una volta, che cambia marciapiede quando mi vede o se ci sono amici che mi hanno abbandonato. Del resto, io stesso ho frequentazioni molto diverse».

«Oggi al Centro di salute mentale gli utenti sono 1.300. Ma a Trento le persone con un disagio mentale possono essere fino a cinquemila. Il Covid ha creato molti problemi ai giovani. Noi durante la pandemia siamo andati nella case a portare da mangiare o ad attivare i computer per le prenotazioni dei vaccini».

«Vi dico la parola che associo di più al periodo della mia malattia: solitudine. Avevo rotto con tutti, anche con la mia compagna e sono andato a vivere da solo. Una volta uscito dal tunnel la mia donna mi ha ripreso con sé e ci siamo sposati nel 2016. Sì, è stato un bel segnale di ripartenza».

 

PAOLO GIOVANAZZI, ANDREA PUECHER

Psichiatria da protagonisti

Dall’esperienza di utenti e familiari un Servizio di salute mentale ideale

Erickson Edizioni

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Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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