RIPENSARE LA DIAGNOSI IN PSICHIATRIA (La Tartavela, Milano)

 

notizia segnalata da Beatrice Durbano

volontaria di MenteInPace

 

30/3/2024 16:27

A  menteinpace@libero.it  

 

L'evoluzione delle neuroscienze con la localizzazione delle funzioni peculiari ad ogni zona del cervello e la progressiva conoscenza del funzionamento dei circuiti cerebrali e dei neuromediatori, che permettono e regolano, con complessi meccanismi, il passaggio dell'informazione da un neurone all'altro attraverso le sinapsi e la conoscenza dei recettori sinaptici, hanno permesso di formulare alcuni modelli, circa le patologie psichiatriche assai suggestivi: teoria serotoninergica della depressione e dopaminergica della schizofrenia.

Su queste basi e con la progressiva conoscenza del funzionamento degli psicofarmaci e della loro azione sui neuromediatori e recettori dei circuiti cerebrali, si è costruito un modello neurobiologico di disturbo mentale, che ne attribuisce le manifestazioni a alterazioni di questi circuiti e interviene con gli psicofarmaci per regolarne il supposto malfunzionamento.

E’ un modo affascinante, ancora in gran parte da esplorare, di interpretare la natura del disturbo mentale concepito pertanto come “malattia del cervello”, sulla linea ottocentesca che, in assenza della dimostrazione dell’origine organica dei disturbi mentali più gravi, definiva i disturbi psicotici (tipicamente quelli con sintomi deliranti e allucinatori) come psicosi “endogene”.

Questa impostazione che assimila il disturbo mentale alle malattie organiche, ha trovato riscontro nella diagnostica psichiatrica che, con il noto manuale DSM, oggi alla quinta edizione, assegna ad ogni disturbo psichico un significato patologico (o meglio: psicopatologico).

Tale approccio diagnostico, basato su una descrizione di alcuni sintomi ritenuti significativi, viene sempre più usato da molti come asseverazione diagnostica del disturbo mentale come malattia.

Infatti, a prescindere da ogni considerazione circa l’importanza nel singolo caso di una causa costituzionale, ereditaria (un tempo si parlava di malattie mentali “eredo-degenerative”), psicologica, sociale ed economica, traumatica, socio-politica (migrazioni, appartenenza a gruppi sociali, tipo LGBT, in alcuni paesi fortemente discriminati, emarginati e, talora, oggetto di provvedimenti legislativi penalmente rilevanti…) che spesso è alla base delle manifestazioni di disagio o di comportamenti socialmente disturbanti, nel DSM le manifestazioni comportamentali e i sintomi psichiatrici, così come descritti nel manuale, consentono la diagnosi di un disturbo mentale o meglio, per qualcuno, una malattia mentale. Si opera così una presunta equiparazione di tali disturbi alle malattie del cervello, attribuendole a un non mai dimostrato malfunzionamento dei circuiti cerebrali. La terapia farmacologica dovrebbe poi correggere lo squilibrio dei recettori e dei neuromediatori.

A differenza della diagnosi in medicina, che si basa su un criterio eziologico e anatomopatologico, oltre agli esami di laboratorio e strumentali, questo modo di procedere in psichiatria, di diagnosticare un disturbo, solo sulla base delle manifestazioni presentate non supportato da adeguati elementi probanti di disfunzione del sistema nervoso centrale, è un procedimento che può diventare assai penalizzante e stigmatizzante per il paziente e i familiari e tale da segnare per tutta la vita una persona e da condizionare pesantemente la sua esistenza.

 

La recente introduzione del manuale Power Threat Meanig Framework (PTMF), di cui si parlerà nell’incontro che vi proponiamo, ci sembra che, pur presentandosi come non alternativo al DSM e all’ICD, possa rappresentare una maggiore valorizzazione sia delle determinanti sociali e politiche, che dell’attenzione alla soggettività della persona sofferente e del suo contesto di vita; potrebbe quindi essere uno strumento utile per uscire dalla “gabbia” delle diagnosi psichiatriche, che impongono una riduttiva e impropria attribuzione dei disturbi mentali e dei comportamenti socialmente disturbanti a cause prevalentemente (neuro)biologiche.

 

La Tartavela ODV

 

 

Nel 2013, il Dipartimento di Psicologia Clinica della British Psychological Society ha pubblicato un documento di presa di posizione dal titolo: Classificazione dei comportamenti e delle esperienze nell’ambito della diagnosi psichiatrica funzionale: è il momento di un cambio di paradigma. Questa proposta ha fatto propria la consapevolezza diffusa riguardo l’inadeguatezza dei sistemi di classificazione diagnostica ad oggi maggiormente utilizzati, come il DSM e l’ICD. La raccomandazione numero 3 del documento dice: “Va promosso lo sviluppo di un approccio multifattoriale e contestuale, in collaborazione con gli utenti dei servizi, che includa fattori sociali, psicologici e biologici” (p.9). Il modello qui descritto, il Power Threat Meaning Framework -in italiano Modello (sul) Significato (di ogni) Minaccia (di) Potere, di qui in avanti tradotto con “Modello PTM” è il risultato di un progetto per lavorare in questa direzione.

 

Power Threat Meaning Framework si può tradurre come “Modello teorico sui significati attribuibili alle minacce percepite in relazione alle azioni e alle forme strutturali di potere”; per preservare l’incisività della lingua inglese abbiamo quasi sempre ritenuto opportuno mantenere la dicitura originaria. In coerenza rispetto al contenuto e al metodo con cui è stato prodotto il PTM –in un processo di costante confronto tra saperi clinici e saperi esperienziali –abbiamo costituito il gruppo impegnato nella traduzione coinvolgendo attivistə, survivors, soggettività neurodivergenti, persone impegnate nella ricerca sociale e nella prassi politica, oltre che nella clinica, nei servizi di salute mentale e nell’associazionismo. Abbiamo mantenuto il maschile sovraesteso, consapevoli della contraddizione e del potere che l'uso del linguaggio esercita sul benessere delle persone.

Ringraziamo per il sostegno la Società Italiana di Psicologia di Comunità (SIPCO) e le presidenti, Fortuna Procentese ed Elena Marta, senza cui questa traduzione non avrebbe preso vita e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP).

 

Il Gruppo di traduzione, in ordine alfabetico: Atti Lorenzo; Antoniol Valentina, BarausseSara, Barbaglia Ruben David, Bartiromo Rosa, Bedini Renata,Berta Stefano, Bessone Matteo,Biagini Rossella, Casadio Roberta, Lorusso Maric*, Negrogno Luca, Romagnoni Margherita, Sarasso Pietro, Tamelli Filippo, Tarantino Chiara, Valletta Luana.

 

Edizione italiana a cura di, in ordine alfabetico: Berta Stefano, Bessone Matteo, Negrogno Luca,Sarasso Pietro,Tarantino Chiara.

 

Qui è reperibile l’edizione italiana:

 

https://cms.bps.org.uk/sites/default/files/2023-03/PTMF%20Overview%20%28Italian%20translation%29.pdf

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