RIFLESSIONI SUL FAREASSIEME A CUNEO (Gianfranco Conforti)

Nel progettare un Servizio pubblico, nel prevederne la dislocazione, l’organizzazione, gli orari, si tiene conto del parere e delle proposte di chi lo usa? Forse sì. Ma si chiede formalmente un parere? Anche in questo caso può darsi, mediante questionari fatti in modo mirato. Ma il più delle volte vige la logica di aprire un Servizio e poi, eventualmente, effettuare delle modifiche in base alle lamentele.

Nel campo della psichiatria si sta sperimentando una metodologia nota con il neologismo di “fareassieme”. Nata a Trento una ventina d’anni fa, sta cercando di coinvolgere nuovi Dipartimenti.

Tale logica, secondo il dr. Renzo De Stefani, psichiatra già responsabile della psichiatria trentina “mette al centro, nei fatti e non solo nelle parole, utenti e familiari e il loro sapere esperienziale. È un approccio che coinvolge il più possibile alla pari, utenti, familiari e operatori nei percorsi di cura e in tutte le attività…co-progettate e co-prodotte nei Servizi”.

Questo approccio, basato sul coinvolgimento, deve puntare al riconoscimento istituzionale della figura dell’Esperto in Supporto fra Pari (ESP). Tale riconoscimento (anche economico) in alcune realtà c’è già.

 

Per ricoprire il ruolo di ESP occorre aver fatto dei corsi (anche se non necessariamente) e dei periodi di affiancamento. Due sono i punti di forza dell’ESP: la conoscenza diretta della (propria) malattia, della sofferenza, dell’isolamento, del pregiudizio e l’aver provato direttamente il funzionamento delle strutture psichiatriche.

Degna di nota è la 1^ Carta Nazionale Esperti in Supporto tra Pari, nata dalla Conferenza nazionale svoltasi nel 2021 e che coinvolge oltre 40 realtà sul territorio nazionale. Enti promotori sono il movimento nazionale “Le Parole Ritrovate”, il Servizio sanitario dell’Emilia-Romagna e la Rete ESP dell’Emilia-Romagna. Ha avuto il patrocinio del Ministero della Salute e del Collegio Nazionale dei Dipartimenti di Salute Mentale.

 

Pur non essendoci, a Cuneo, un Dipartimento di Salute Mentale che  coinvolga formalmente gli utenti e familiari né, tantomeno, gli ESP, da anni si sta cercando di rafforzare il legame fra i servizi territoriali dell’ASL CN1 e le associazioni di familiari e utenti. I due anni di pandemia hanno limitato molto tali rapporti ed ancora li limitano. Ma, comunque sia, la convenzione (per fare un esempio) fra l’ASL CN1 e l’associazione MenteInPace non solo è stata rinnovata ma anche aggiornata, proprio puntando ad una co-progettazione delle attività.

Utilizzando una metafora si potrebbe dire che i fiori possono nascere in due modi: o spontaneamente oppure perché coltivati. Nella nostra realtà stanno nascendo le premesse per un maggior coinvolgimento, che purtroppo possono scontrarsi con resistenze dovute alle abitudini, alle diffidenze, al non voler cedere parte del proprio ruolo decisionale. Sono esperienze timide, non formalizzate, ma possono sfociare in modifiche dei rapporti fra operatori ed utenti/familiari, basate sulla  fiducia ed affidabilità reciproca. Certo, “coltivare” il coinvolgimento nei servizi presuppone che vi sia una progettazione in tal senso, che preveda un cammino realistico ma anche coraggioso. Sapendo che è impossibile non fare errori, a meno che non si voglia rimanere fermi in un mondo in continuo cambiamento. Ma fare ciò sarebbe l’errore più grave. Perché non si può pensare di innovare solamente le diagnosi, le terapie, o gli approcci psicoterapici, mantenendo ai margini ed in posizione di subalternità chi vive la sofferenza e che, per questo, sulla malattia mentale ha tanto da dire. È ovvio però che avere un ruolo partecipativo presuppone che si accettino delle responsabilità. Chi si candida ad essere parte attiva, in qualità di familiare o utente esperto nel supporto fra pari (ovviamente per quanto compete all’UFE),  deve sapere che ciò comporta assumere un ruolo che richiede affidabilità. Non solo da parte degli operatori ma anche (e soprattutto) da parte dei pari a cui si vuole dare aiuto. Ma l’affidabilità si giudica sperimentandola, dopo averne creato le premesse. Occorre fare questo se si vuole andare verso la direzione di un’apertura (reale) dei servizi psichiatrici e di un, seppur graduale, coinvolgimento di utenti e familiari. Anche per ridurre il peso che il disagio crescente fa gravare sugli operatori. Sarebbe illusorio, infatti, pensare che sia sufficiente aumentare la quota del Fondo Sanitario a favore della psichiatria ed aumentare gli organici. 

Confrontarsi con altre realtà dei servizi psichiatrici dev’essere non solo occasione per fare dei Convegni ma anche per mettersi in discussione. Sapendo che se si innalzano muri preconcetti, con l’alibi che “qui non ci sono le condizioni” per fare quello che fanno in altre realtà più avanzate si rimanda solamente la soluzione dei problemi, che si ripresenteranno ingigantiti.

 

Gianfranco Conforti

Referente, per il Piemonte,

del Movimento nazionale Le Parole Ritrovate

volontario dell’Associazione MenteInPace di Cuneo

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Commenti: 1
  • #1

    Concetta (venerdì, 03 marzo 2023 09:31)

    Ciao. Riflessione non solo condivisibile ma anche lungimirante. È vero che non bastano i convegni. Anzi. Forse sono molti forse troppi. Bisogna essere Creativi, Pragmatici, Concreti. Questo ci chiedono utenti e famigliari. Grazie Paco.

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